Un focus sull’orientamento sessuale

Qualche mese fa abbiamo affrontato il tema dell’identità sessuale nelle sue componenti grazie all’articolo (qui) della dottoressa Berardi. In questo articolo ci soffermiamo in modo particolare su una di queste componenti: l’orientamento sessuale.

Cos’è l’orientamento sessuale? Come si sviluppa?

L’orientamento sessuale è associato all’eccitazione ed è la naturale espressione dell’attrazione sessuo- affettiva nei confronti di una persona. Può esprimersi nei confronti del sesso opposto (eterosessualità), dello stesso sesso (omosessualità) o di entrambi (bisessualità). Di recente lo spettro dell’orientamento sessuale si è arricchito anche del termine “asessualità” di cui abbiamo già parlato qui.

Più in generale, l’orientamento sessuale è una dimensione nucleare dell’individuo, una delle componenti dell’identità sessuale che a sua volta costituisce una parte importante dell’identità personale.

Una delle domande che spesso i genitori si pongono, riguarda il periodo in cui si sviluppa l’orientamento sessuale dei propri figlie e delle proprie figlie.

Durante lo sviluppo psicosessuale i bambini e le bambine attraversano diverse fasi che vanno dall’esplorazione di sé e del proprio corpo ai processi di socializzazione con il gruppo dei pari e non solo. É in questo periodo che, in concomitanza con i cambiamenti fisiologici che il corpo mette in atto (menarca e spermarca), i ragazzi e le ragazze vanno incontro anche a nuove pulsioni che devono imparare a gestire nelle relazioni con gli altri.

Durante la pubertà e poi in adolescenza, tra contesti scolastici, extra-scolastici e famigliari, è di fondamentale importanza che l’adolescente sia immerso in ambienti accoglienti e non giudicanti ma sappiamo bene che purtroppo questo ancora oggi non accade per tutta una serie di motivi che vanno dalle convinzioni religiose fino ad aspetti socio-culturali (pregiudizio e discriminazione) che non permettono una libera espressione del proprio sentire.

Herdt e McClintok (2000) attraverso studi condotti negli Stati Uniti e in Nuova Guinea, hanno concluso che probabilmente l’attrazione e l’orientamento sessuale emergono dopo l’avvento dell’adrenarca (la comparsa dei peli ascellari), per cui l’età di 10 anni può essere considerata un momento discriminante in tutte le culture umane per l’avvento dei processi puberali (cui farà seguito la maturazione gonadica) che portano alla consapevolezza e al comportamento sessuale.

Tra gli orientamenti sessuali, quello omosessuale è stato certamente quello che ha dovuto fare i conti con alcune mentalità e convinzioni errate che indicavano in esso una patologia e una devianza da correggere. Dagli studi di Krafft-Ebing sulle “perversioni” alle ricerche pionieristiche di Kinsey sul comportamento sessuale dell’uomo e della donna, ci sono stati diversi cambiamenti nel modo di interpretare questo orientamento. L’omosessualità, solo per il fatto di appartenere ad una minoranza o ad una normalità statistica differente,  è stata oggetto di pregiudizi e discriminazioni che a volte hanno causato gravi conseguenze per chi ne è stato vittima. Si pensi ai casi di Oscar wilde, Alan Turing o Pierpaolo Pasolini solo per citarne alcuni.

Ancora oggi, sebbene l’omosessualità sia stata riconosciuta come una variante naturale del comportamento sessuale dall’ American Psychiatric Association nel 1973 e dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1990, persistono episodi di aggressioni omofobiche e atti di bullismo omofobico nelle scuole.

Perché questo accade?

Nello specifico, l’orientamento omosessuale e più in generale chi appartiene alle comunità LGBTQIA rientra nelle categorie che vivono il cosiddetto minority stress, un paradigma che ha “il pregio di identificare l’origine del disagio nella differenza in sé” (Rigliano et al., 2012). Inoltre l’orientamento omosessuale non si vede automaticamente, come le altre differenze (etnia, colore della pelle, genere, disabilità). Nasce quindi la possibilità di nascondere e nascondersi, di fingere, dissimulare e mistificare innanzitutto a se stessi, la propria diversità. Nascondersi significa inevitabilmente non essere liberi di essere se stessi e mettersi nelle condizioni di forte disagio psicologico e relazionale.

Da un punto di vista clinico e scientifico, gli stessi ricercatori non dovrebbero andare a studiare le cause dell’omosessualità per lo stesso motivo per cui non si effettuano ricerche sulle cause dell’eterosessualità. Rigliano, Ciliberto e Ferrari concordano nell’affermare che “… non sappiamo come si diventi omosessuali così come non sappiamo come si diventi eterosessuali. Sappiamo che non esiste nessuna configurazione familiare realmente predittiva[…]. La genetica non determina l’omosessualità sebbene vi sia un dibattito aperto su quale possa essere una sua influenza […]. Questo non significa che non si possano fare ipotesi sull’orientamento sessuale. Il punto è che tali ipotesi devono rispettare le tesi già falsificate dalla ricerca e, soprattutto, non devono concentrarsi sull’omosessualità in sé, ma sullo sviluppo dell’orientamento sessuale in tutte le sue varianti, compresa quella eterosessuale, il cui sviluppo a oggi non appare affatto più chiaro di quello omosessuale”.

Parlare di orientamenti sessuali è quindi doveroso, poiché sarebbe auspicabile uscire dal binarismo presente in diversi ambiti della vita: uomo/donna, etero/omo, transgender/cisgender, maschile/femminile. Integrare sul continuum tutte le sfaccettature e le varianti del genere umano non può che favorire un sano e positivo sviluppo del Sé.

Dott. Davide Silvestri

Riferimenti bibliografici:

Quattrini F., (2015), Parafilie e devianza- psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale atipico, Giunti, Firenze.

Rigliano P., Ciliberto J., Ferrari F., (2012), Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità, Raffaello Cortina Editore, Milano. 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: