Relazioni (im)possibili e Dipendenza Affettiva

Nel regno delle Nuove Dipendenze, ovvero quelle dipendenze che non comportano l’uso di sostanze, si inserisce a pieno titolo anche la Dipendenza Affettiva o Love Addiction. In realtà la Dipendenza Affettiva [d’ora in poi DA in questo testo] è una condizione tutt’altro che nuova ma solo da pochi decenni nosologicamente riconosciuta. Le persone con DA vivono, ripetutamente o in modo duraturo per anni, amori travagliati, sofferti, dolorosi, da cui hanno grosse difficoltà ad uscire, con alcuni occasionali picchi di entusiasmo e felicità ma una frequente paura dell’abbandono e della solitudine.

Possiamo identificare una DA sulla base dei seguenti sintomi e segnali:

  • la scelta inconsapevole e reiterata di partner “difficili”: anaffettivi, o maltrattanti, abusanti, o “da salvare, da guarire”, o centrati solo su se stessi, o assenti, disimpegnati nella relazione. O tutte queste cose insieme;
  • pensiero ossessivo (e discorsi ossessivi) sul partner e sulla relazione che diventano il centro del proprio mondo;
  • eccessiva fantasizzazione sul rapporto e idealizzazione del/della partner (castelli in aria, sogni ad occhi aperti che non poggiano sulle reali basi del rapporto) già dal primo incontro o dal primo appuntamento;
  • eccessiva paura di trovarsi soli, senza un compagno, senza una relazione, e sensazione di essere completi solo con l’altra persona;
  • paura o sensazione costante di essere lasciati, abbandonati;
  • messa in atto di una serie di comportamenti di controllo o manipolazione per evitare di perdere il/la partner, per non sentirsi rifiutati e non piacere, per guadagnarsi l’amore dell’altro;
  • autorepressione della rabbia e dei propri bisogni e desideri, tranne alcuni momenti di iperreattività che vengono poi puntualmente autorepressi per paura dell’abbandono;
  • incapacità di chiudere definitivamente i rapporti anche quando la sofferenza diventa più elevata del benessere;
  • abnegazione progressiva e totale alla cura dell’altro, al suo soddisfacimento e ai suoi capricci e bisogni sacrificando se stessi;
  • mancanza di autostima e di fiducia in se stessi;
  • eccessiva importanza data all’adrenalina del rapporto, al sesso e alla passione rispetto all’equilibrio e alla stabilità. L’eccitazione che deriva dallo stare molto male e dallo stare molto bene genera essa stessa dipendenza e la sensazione che tutto il resto è noia.

La condizione di DA può diventare molto invalidante, poiché chi ne è affetto rinuncia a se stesso, alla propria identità, nel tentativo di fondersi con l’altro o di plasmare la propria immagine in base a ciò che piace all’altro. In certi casi la persona con DA può arrivare a compiere reati per l’altro, ad ammalarsi, a subire vessazioni di ogni genere, a perdere la vita, giustificando continuamente gli atteggiamenti negativi della/del partner e sperando sempre in un cambiamento.
Non infrequente è la compresenza di altre forme di dipendenza o abuso: da shopping compulsivo, da cibo, dal gioco, da sostanze, da alcol. E non necessariamente la DA è prerogativa dei rapporti di coppia; gli stessi atteggiamenti possono interessare anche le amicizie o i familiari o i colleghi di lavoro.

La cultura letteraria, cinematografica, musicale e sociale ha molto influenzato e rafforzato l’idea che la profondità dell’amore si misuri dal grado di sofferenza e sacrificio e che il sesso sia non una delle espressioni e comunicazioni di un rapporto, ma il mattone fondante la costruzione dello stesso. Questa visione dell’amore possibile solo all’interno di un romanzo rosa o della passione vorticosa alimenta questo tipo di dipendenza, la giustifica e la rafforza, pur non essendo questa la causa di questa condizione di disagio.
In realtà i Dipendenti Affettivi temono l’intimità e non entrano mai realmente in un rapporto intimo con l’altro, neppure nel sesso, poiché la vera intimità li metterebbe a nudo, darebbe loro un confine e una personalità da far conoscere all’altro. E l’altro potrebbe permettersi di non accogliere questa vera identità, potrebbe non piacergli e potrebbe rifiutarla. Nella DA ci si mantiene quindi sempre un passo indietro: distaccati e inaccessibili oppure fusi con l’altro in modo da confondersi e non essere visti.

Le radici di questa condizione affondano nell’infanzia e nell’adolescenza, in ferite profonde del legame di attaccamento e del valore di sé, e possono consistere in:

  • un’infanzia di abbandono, trascuratezza, mancanza di affetto e di attenzioni, necessari alla crescita del bambino;
  • perdita traumatica di un genitore o di una figura di accudimento di rilievo, non compensata e non elaborata;
  • contesto familiare disfunzionale perché violento o in cui la genitorialità è stata minata da malattie o incapacità del genitore ad assumere un ruolo adulto;
  • storia di abusi e maltrattamenti;
  • storia di esclusione e isolamento sociale da parte di coetanei o del proprio ambiente di crescita, a causa di caratteristiche fisiche o economiche o emotive, anche se in presenza di una famiglia adeguata.

Cosa si può fare?

Dalla DA si può guarire ma il percorso è lungo, richiede molta pazienza e coraggio, un’immersione nei propri vissuti di sofferenza, la consapevolezza di dover essere membri attivi nella propria guarigione e l’accettazione di un aiuto esterno.
Il primo passo è ammettere di avere un problema e che si ha bisogno di aiuto.
In secondo luogo, bisogna rivolgersi ad uno psicoterapeuta esperto in questo tipo di problematiche ed eventualmente a un gruppo di mutuo aiuto che ha una funzione significativa di supporto, condivisione e rispecchiamento.
Il percorso si compone di tanti piccoli step, che portano alla conoscenza dei propri reali desideri e necessità, delle proprie preferenze e della propria personalità. Si apprende a gestire le proprie paure e le proprie emozioni e a rimodellare la propria scala di priorità e di valori. Ci si arrende all’impossibilità di poter controllare tutto, a lasciare andare, si impara ad affidarsi. Si acquisiscono sicurezza, amore e stima di sé, presupposti necessari per compiere scelte di crescita, di salute e di cambiamento. Si impara a stare bene con se stessi se si è soli, senza bisogno di stampelle, e a costruire rapporti maturi, equilibrati e di condivisione se si è in coppia.


Dr.ssa Priscilla Berardi

Medico Chirurgo
Specializzata in Psicoterapia Sistemico-Relazionale
Formazione in Sessuologia
tel. +39 349 5455417
info@priscillaberardi.it
www.priscillaberardi.it
www.sessoamoredisabilita.it

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